martedì 10 aprile 2012

Colloquio con Stefano Rolando su: "La buonapolitica: indagine nei cantieri del governo Monti a Roma e della giunta Pisapia a Milano"

di Maurizio Trezzi
E' in uscita a fine aprile. con la casa editrice Rubbettino, un nuovo libro di Stefano Rolando, una sorta di breviario laico
che si propone di accompagnarci nel dopo crisi.
Prefazioni del ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca e del sindaco di Milano Giuliano Pisapia.





Stefano Rolando, per una lunga parte della vita, è stato manager, soprattutto nel settore pubblico, ha fatto parte della nouvelle vague socialista (quella degli anni ’80), ha attraversato con successo il sistema delle comunicazioni (pubblicità, televisione, cinema, editoria, persino telecomunicazioni) e  ha letteralmente inventato un’area professionale, istituzionale e disciplinare che in Italia era inesistente, o meglio era congelata dalle rovine dell’Italia fascista: la comunicazione pubblica. Naturalmente adattandola alla democrazia, alla competitività del paese, alla complessità del territorio. Poi ha scelto – caso raro – di dedicarsi all’università. Non marginalmente, come fanno molti a contratto. Ma ottenendo - a economia a Ca’ Foscari - un’entrata formale di  ruolo per concorso concorrendo per un decennio al consolidamento di un’università specializzata in comunicazione, lo IULM di Milano. Facendo lì, come si dice, scuola. E lavorando anche in contesti internazionali.
Terzo periodo, terza fase della vita quella di una scrittura più libera, meno legata al suo specifico professionale. Riguardante l’Italia, la nostra memoria, il passato prossimo, i nodi dell’identità nazionale. Ne sono venuti fuori antologie di testi civili, lunghi colloqui con personalità singolari e legate a modelli di libertà (da Marco Pannella a Giuliano Pisapia), analisi della crisi e della perdita di immagine dell’Italia nel mondo. E molte altre cose ancora.
Ora, per la prima volta, dopo il contributo dato nel 2011 al successo della campagna del sindaco di Milano, un vero e proprio libro di politica. Anzi una sorta di breviario laico, un accompagnamento ai cittadini che vogliono il cambiamento ma sono smarriti dalla perdita di ruolo dei partiti, un incoraggiamento alla società civile a rafforzare il suo ruolo nel far politica stimolando anche i partiti a cambiare. Soprattutto un libro che immagina non solo il “cantiere” romano del governo Monti, ma anche quello milanese della giunta Pisapia come termini di paragone, come modelli di un laboratorio di qualcosa che, alla fine, da il titolo al libro: la buonapolitica. Scritta così, tutt’una, immaginata come il risultato di un processo di cantieri all’opera accompagnati da un’opinione pubblica uscita dalla narcosi, dall’indifferenza, dalla delega. E poco a poco pronta a difendere di più ciò che per tutti si chiama ancora “democrazia”. Il saggio sarà in libreriaa fine  aprile, dopo Pasqua. Mentre giorno per giorno la realtà si complica e si chiarisce, offre nuovi argomenti. Ne parlo con l’autore, che si appresta a svolgere seminari a Milano, a Roma, al sud, su questa materia e a dedicarsi a un percorso divulgativo e formativo sui temi che il libro solleva.



Buonapolitica non è un’espressione un po’ retorica? Non è un titolo troppo generico rispetto alla crisi italiana ed europea?
Beh, forse si. Ma trattandosi di un libro dobbiamo lanciare lo sguardo un po’ in avanti. Non insistere né sull’emergenza del governo nazionale, né sulle congiunture delle giunte locali. Guardare al fatto se in queste diverse realtà – tra valori e comportamenti, pur diversi tra loro – gli italiani riconoscono esperienze di dedizione e non di affarismo, di competenza e non di pressapochismo, di ascolto della società e non di propaganda. Se per caso fosse così, per esempio a Roma e a Milano,  vuol dire che si sta creando un cuneo comunicativo tra la sfiducia e la costruzione della prospettiva. Chiamare ciò “buonapolitica” non mi parrebbe azzardato.
Che senso ha mettere sullo stesso piano il governo Monti e la giunta Pisapia. Partite molto diverse, no?
Non metto sullo stesso piano i profili amministrativi e istituzionali. Metto in connessione e in coerenza due realtà che hanno bisogno l’una dell’altra. L’Italia e il sistema Milano. Un’Italia che deve riconquistare reputazione e credibilità in Italia e nel mondo. E una città – tra le otto più significative città global al mondo – che aiuta molto e può fare ancora di più per quell’obiettivo nazionale. E, aggiungo, una città che guida l’economia immateriale e creativa nazionale, che ha una rete universitaria che può fare un altro salto di qualità, in cui operano (e non se ne sono andate) quattromila multinazionali non solo per vendere ma anche per produrre e fare ricerca. Una città che sta preparando (con tutte le fatiche che sappiamo) un Expo che significa molto per la filiera agro-alimentare italiana, sud compreso. In più una città che ha un governo scelto quasi da sei cittadini su dieci in aperta e chiara discontinuità con esperienze che sembravano incrollabili.
Dunque una storia che parte dalle elezioni amministrative, dall’onda arancione…
Per forza, perché è stata quell’onda che ha dimezzato le preferenze di Berlusconi generando la slavina nazionale, la crisi del quadro di governo, l’operazione salvagente di Napolitano e il disegno del governo di emergenza. Ora la correlazione tra questi due laboratori, che i media tendono a non fare, va affrontata anche con attenzione ai processi comunicativi e simbolici. Al tema della ricomposizione della politica. Soprattutto a un aspetto importante che lega i due cantieri: la società civile conta molto nell’assunzione di responsabilità. Nell’uno e nell’altro caso. Bisogna capire come ciò evolverà rispetto all’altra evoluzione, al “terzo cantiere”, quello dei partiti.
Perché si ipotizza che i partiti politici saranno capaci di autoriforma e di cambiamento? Tutto sembra dire il contrario finora…
Io vedo naturalmente tutti i limiti degli attuali partiti. Ma cerco anche di capirne le necessità in un paese come il nostro che vuole la libertà ma è leggero nel pretendere vincoli democratici. Dunque che potrebbe cedere nuovamente delega, potrebbe accettare consorterie, lobbismi, apparati (anche statali) concepiti come protesi. No, la mediazione tra società e politica deve essere fatta. Il problema è che la società deve concepire le istituzioni come cosa propria e non consentire che esse vengano occupate dai partiti. La lotta è solo cominciata…
E come evolverà in questo anno decisivo?
Potrei rispondere con una battuta. Stiamo a vedere come sarà regolata la questione dell’emergenza Rai. Potrebbe prevalere una soluzione di mediazione tra il quadro di democrazia rappresentativa che consente la vigilanza parlamentare e il quadro economico-sociale secondo cui la Rai è pagata dai cittadini con il canone e dalle imprese con la pubblicità. Il modello deve avere una vigilanza politica ma deve anche avere un’autonomia funzionale e manageriale molto forte e capace di rilanciare più la produzione che la sua burocrazia. Se così fosse sarebbe una metafora dell’evoluzione dello stesso sistema politico.
Ma oltre alla Rai ci sono tanti fronti in cui si aspetta di capire se il paese si consegnerà ancora a lungo ai “tecnici” o rimetterà in pista i politici. Quali i più significativi?
Tutti i dossier che stanno sul tavolo del governo sono “esplosivi”. Pensioni, mercato del lavoro, rilancio degli investimenti, liberalizzazioni, giovani, fisco, malavita, eccetera. Ora metterei in testa la coesione nazionale e la forza di ritrovare un ruolo trainante per stare, da europei, in Europa portando avanti l’Europa come soluzione. Monti è la personalità più adatta per questo compito, dentro il quale prendono forma molte altre soluzioni. Ma se ho parlato di “coesione” è perché penso che l’Italia vada guardata in tutta la sua articolazione e complessità. Ed è per questo che i modelli di governo del territorio, soprattutto quelli che hanno visto e vedono consenso e partecipazione, devono fare testo in questa fase di cambiamento. E, per le ragioni dette prima, Milano fa più “testo”: è cioè parte delle soluzioni.
Non sembra però questa la partita che vuole giocare Pisapia. La sua attenzione guarda ai modi di una città che ora è in deficit e deve mantenere la qualità dei servizi facendo anche molti adattamenti.
Sì è giusto che il governo delle città trovi nelle città i risultati. Ma io credo che il modello francese dei “sindaci-deputati”, cioè dei sindaci che contano nella politica nazionale sia interessante. Perché soprattutto nel caso italiano aiuta il pari ordinamento e cerca una modo di spalmare istituzionalmente il consenso che è in fase criticissima. E come si vede in questo momento di crisi dei partiti parlano Renzi o Tosi (sindaci a Firenze e Verona), parlano Vendola o Errani (presidenti di regioni in Puglia e in Emilia), parlano Zingaretti o Dellai (presidenti di provincia a Roma e a Trento). Voglio dire che la rigenerazione della politica nasce da tre patti: quello tra partiti politici e rappresentanza sociale; quello tra autonomie territoriali e amministrazione dello Stato; quello tra contesto nazionale e nuova statualità europea.
La crisi – per ora non conclamata – in regione Lombardia apre nuovi scenari?
Milano-Lombardia sono un sistema economico e sociale. Un quarto del PIL, un terzo dell’internazionalizzazione del paese. La coesione politica tra città e regione ha molto senso. E’ evidente che in regione sono saltati i sistemi di alleanza. Una variante adatta alle caratteristiche complesse del vasto territorio del perimetro politico che regge Milano, magari con un leader più di centro che di sinistra, con robuste garanzie sui caratteri anche etici della “buonapolitica”,  sarebbe una via di uscita per tutti. Compresa la necessaria fase di rigenerazione del centro-destra a cui un po’ di opposizione restituirebbe voglia di progetto e di nuova classe dirigente.
Veniamo alla “buona politica”. Come consigli il cittadino-lettore circa il suo diritto di capire se è in buone  mani o se è truffato da illusionisti?
Accompagno il lettore in una ampia rivisitazione dell’ultimo anno della nostra vita comune, per ristabilire una percezione comune dei problemi. Costruisco percorsi di distinzione, di emersione di buone e cattive pratiche. Lascio che molte opinioni siano espresse da studiosi, esperti, analisti (pochissimi politici). Poi alla fine propongo alcune cose che dovrebbero succedere se volessimo rendere forti la pre-condizioni della nostra democrazia. Chi, a mio avviso, le farà accadere, chi da oggi le costruisce, che le rende possibili è l’alfiere della nuova buona politica.
Il nuovo libro indica dunque in Monti (espressione di una area politica centrista) e in Pisapia (espressione della sinistra) due di questi alfieri. Ma ci sono solo loro? E per la destra?
Innanzi tutto ce ne è un altro di alfiere che infatti sta in copertina nel libro – nel palco della Scala – insieme a Pisapia e Monti. Ed è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Quanto alla destra è chiaro che essa sconta la crisi involutiva degli ultimi tempi del governo Berlusconi e quindi i rivolgimenti di alleanza e di leadership che stiamo percependo ma che sono solo all’inizio. E’ un cantiere, questo, molto interessante. Perché in ogni caso – non sapendo ora chi vincerà e chi perderà le elezioni – la democrazia in Italia si rafforzerà solo quando sarà più chiaro che chi perde e chi vince assumono un potere equivalente. Uno governa e l’altro controlla. I cittadini devono fidarsi di entrambi.
L' ultimo capitolo, quello della Lega che ha perso l'innocenza, è rientrare nell'analisi? E,comunque, quanto cambia l' analisi complessiva ?
E' entrato di striscio, in correzione delle ultime bozze. Ma già vi erano cenni al dibattito sull'involuzione dell'antipolitica, che e' il contesto di un vero  e proprio declino della seconda Repubblica. La riflessione riguarda la  doppiezza storica della nostra società, tra vizi e virtù che avvolgono la politica e le stesse istituzioni. Il cambio di passo a cui questa transizione conduce contiene il rischio di farci perdere contatto con le forme che conosciamo della democrazia, ma anche l'opportunità di rigenerarle. Tra massimalismi e populismi che hanno marginalizzato il riformismo democratico nel novecento fino ad oggi, forse si schiudono le porte per una nuova coalizione di chi ci provi  a cambiare il paese rispettando la legalità. Ecco perché trovo sensato avvicinare l' esperienza dei due diversi cantieri (Milano e Italia) perché l'ispirazione di quel riformismo non e' univoca, ma e ' venuto il momento di unire le forze rispetto al peggio che questo nostro paese ha saputo produrre.
In conclusione, cosa muore (o cosa morirebbe) con il ritorno della buonapolitica?
Giusto usare il condizionale. Perché la posta in gioco è enorme. Vorrebbe dire che gli interessi generali (in qualunque ente o istituzione siano trattati) non sarebbero più regolati da metodi padronali. Vorrebbe  dire chela classe dirigente risponderebbe responsabilmente del proprio operato non al riparo dei padrini. Vorrebbe dire che la società ha trovato forme per esprimere il proprio possesso delle istituzioni.




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