venerdì 22 novembre 2013

Tagli alla Comunicazione Pubblica: un autogol della democrazia

di Maurizio Trezzi

Girando per Assessorati, Regioni, Comuni, più o meno in ogni parte di Italia, si ascoltano di sovente frasi del tipo: “Non ci sono più soldi”, “Non possiamo fare investimenti”, “Dobbiamo tagliare”. Riduzione dei trasferimenti e diminuzioni di spesa riguardano molti comparti della Pubblica Amministrazione ma in maniera spietata e implacabile i capitoli di bilancio della comunicazione. Certo, si tratta di una tendenza comune anche alle imprese private. Li i budget per la pubblicità, ridotti drasticamente in ottica di spending review, producono, come effetto diretto, la messa in ginocchio dei gruppi editoriali (stampa e tv) e di riflesso una diminuzione del pluralismo e del diritto di informazione.
Il Pubblico però fa storia a sé. Nella PA ciò che sta venendo meno è il diritto dei cittadini ad essere informati, le occasioni di partecipare attivamente alle decisioni comuni, la possibilità di comunicare, quindi ad essere ascoltati, da chi pianifica, sceglie, governa. Il tutto inserito in un quadro di deprimente mediocrità, nel quale la qualità della comunicazione pubblica, tolti pochissimi esempi virtuosi, resta al di sotto dell’accettabile. Questo per la cronica mancanza di cultura della PA, e in particolare dei suoi dirigenti apicali che considerano la comunicazione un obbligo e non una necessità, una scocciatura e non un diritto da far acquisire ai cittadini.
Lo scenario dipinto – con la fiducia verso i partiti ai minimi storici (7%) e la partecipazione al recente voto regionale in Basilicata al 47% - prefigurerebbe, rispetto alla comunicazione pubblica, decisioni diametralmente opposte. E’ nei momenti più difficili, quando scarseggiano le risorse per grandi investimenti, opere pubbliche e interventi sociali che si dovrebbe aumentare la spesa per comunicare efficacemente con i cittadini.
E invece la spesa per la comunicazione viene tagliata, ridotta a zero in molte situazioni. Gli informatori municipali (tre/quattro numeri l’anno) non escono più, gli aggiornamenti dei siti web e la produzione di materiale informativo sui servizi essenziali viene meno, le iniziative di partecipazione spariscono dalle agende.
Di questo processo si rende complice la classe politica, troppo spesso incline a confondere la comunicazione pubblica con la propaganda elettorale e quindi ad attivare  risorse solo quando, ogni cinque anni in media, i cittadini si trasformano magicamente in elettori. Salvo poi accorgersi che senza continuità e abitudine al confronto il disastro elettorale è praticamente certo. Quanti politici indicano nell’incapacità di comunicare efficacemente quanto è stato fatto nel proprio mandato il motivo delle proprie sconfitte elettorali? Praticamente tutti.
Ma questa marcia indietro, la mancanza di interlocuzione con i cittadini, sono soprattutto un assist perfetto alla demagogia, al populismo, alla perdita di fiducia verso le Istituzioni democratiche. In un’epoca fatta di informazioni alla “quattro salti in padella”, dove il percepito si crea scaldando al microonde slogan e proclami per una veloce fruizione da fast food, la mancanza di un’efficace dialogo con i cittadini - da mettere in pratica soprattutto nei Comuni, vero avamposto dell’Amministrazione civile -  continua a offrire il fianco alla definizione di opinioni pubbliche basate sul nulla, sull’ignoranza (intesa come non conoscenza) e sul qualunquismo.
L’allontanamento dalla politica, la sfiducia, il dire: “sono tutti uguali” è certamente il prodotto di catastrofi legislative e dell’arrogante incapacità dimostrata da molti uomini di governo (di ogni ordine e grado). Ma è soprattutto l’incapacità di utilizzare la comunicazione pubblica come leva del civismo, come elemento pedagogico per la diffusione di un bene comune, come strumento in grado di avvicinare i cittadini e non di allontanarli dalle Istituzioni.
E poi, facendo davvero i conti della serva, la comunicazione costa poco e, se fatta bene, è molto, molto efficace. Secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili[1] l’86% dei Comuni italiani spende meno di 100.000 euro l’anno in comunicazione e nel 60% dei casi rappresenta meno dello 0.5% della dotazione finanziaria dell’Ente. Sono cifre riferite al 2004, quindi certamente oggi da approssimare per difetto. Per un Sindaco qualunque però è oggi difficile trovare 5 milioni di euro per costruire una piscina comunale o 500.000 per sistemare parchi e verde pubblico. Ma non può essere impossibile destinare 50-100.000 euro l’anno per comunicare con i suoi cittadini, per rendicontare con un bilancio sociale come e perché sono state spese le poche risorse presenti, per attivare campagne di partecipazione sulle progettualità future. Se questo non accade, non è per carenza di risorse. Quello è un alibi.
Ciò che manca, davvero. è la cultura della comunicazione e della democrazia che, grazie a questo prezioso strumento, potrebbe finalmente tornare ad essere un bene percepito come essenziale, da tutti i cittadini.






[1] Situazione e tendenze della Comunicazione Istituzionale in Italia (2000-2004), commissionato dal Ministero della Funzione Pubblica. 2005.

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